Posts Tagged ‘Fabrizio de André’

CUARTA CLASSE, HABEMUS STREAMING

6 febbraio 2012

Nel dolersi di poter rincuorare se stessi, non v’è alcuna differenza tra il farlo all’ombra d’un olmo o immersi in un lago caldo. Con cuesta lapidaria epigrafe, inizia la terza metà della celeberrima cuarta sezione della trilogia di Stielike, nata cuasi per caso dopo un viaggio dell’astante sopra i mercuriosi meandri dello scibile umano ma anche altro.

Le nostre coscienze, dopo anni di appiattimento culminati  con la sostituzione del “l’ha detto la televisione” con “l’ho letto su feisbuc“, sono chiamate ad un’opera di discernimento forse troppo onerosa per il loro stato attuale.

Fratelli e sorelle, qua c’è da stabilire un nesso chiaro ed inecuivocabile tra le nefaste conseguenze dell’ultima ondata di maltempo e la palese inadeguatezza dell’attuale legge elettorale in vicenza. Nè tantomeno può essere imputato ad essa l’aumento dei gatti destinati all’alimentazione umana.

Detto questo, mi pregio di comunicarVi che Cuarta classe, il programma di chi ha perso il treno, in onda su Radio Tandem il martedì dalle ventuno alle ventidue e trenta, d’ora in poi va in streaming, cioè lo si potrà ascoltare dappertutto ci sia una connessione internet, anche uaifài. Cuesto è il link

SE INVECE DI RISOLVERE IL PROBLEMA SMETTEVO DI FUMARE, ERA ANCHE MEGLIO

25 luglio 2010

La toponomastica muove l’economia, qui in Sudtirolo. E sarebbe ora che il resto del mondo capisse e si adeguasse, in fondo si tratta di una cosa ad impatto ambientale quasi zero. Si vendono più giornali e di conseguenza aumentano tariffe ed inserzionisti, cartelli da fare e rifare, da mettere-togliere-sostituire-ripristinare, consulenze di esperti e biglietti del volo Bolzano-Roma che vanno via come il pane. Quasi ad essere uno che del problema se ne frega, rischi di fare la figura di quello che tifa per la decrescita felice.

Io non è che me frego, è che ho trovato la soluzione un quarto di secolo fa e da allora mi occupo di cose più importanti, come ad esempio l’introduzione della melanzana Nubia nel gotha dei prodotti essenziali per un corretto sviluppo della cucina tipica sudtirolese.

Qualcuno da qualche parte ha la registrazione, altrimenti faccio un appello a chi c’era, o altrimenti ancora credetemi sulla parola. Era a metà degli anni ottanta, quando ad una festa di Radio Tandem chiesi la parola e rifilai al pubblico una filippica dove il punto qualificante era l’introduzione in Sudtirolo della toponomastica monolingue portoghese. La sintesi tra la lingua di Goethe e quella di Dante affidata a Fernando Couto,  Bolzano-Bozen diventava Bulsao (quel segno che andrebbe sulla a non lo so fare), e via via vieppiù portoghesizzando gli altri toponimi, anche se di Laives, il comune dove abito, cambiava solo la pronuncia. Ripetei l’ecslpuà in occasione della mia candidatura alle elezioni provinciali di qualche anno dopo, e anche di questo ci sono le prove scritte, carta canta  e di anni ne avevo meno di quaranta.

Pensandoci bene, se invece di risolvere il problema smettevo di fumare, era anche meglio

DIECI ANNI E DIECI GIORNI

12 gennaio 2009

Dieci anni dalla morte di Fabrizio de André, e la grande messa collettiva in suffragio sta per terminare, sono stati giorni in cui del grande Faber si sono occupati un po’  tutti. Radio, blog, televisioni, opinionisti e coccodrillari vari si son dati convegno al muro del pianto per il vuoto incolmabile, non tenendo in alcun modo presente la massima di Stielike (poi ripresa con successo anche da Giulio Andreotti) secondo la quale “di gente insostituibile son pieni i cimiteri” .  Il culmine della chermess lo si è probabilmente raggiunto nella serata in cui l’ormai insopportabile Fabio Fazio ha sviolinato tutta la piaggeria di cui è capace verso chiunque avesse avuto in qualche modo a che fare con De André, fosse pure il suo rammendatore di calzini.

Fazio non lo sopporto proprio, è l’emblema di una generazione che non riesce ad andare più in là del servilismo culturale a quelle precedenti, ed il suo sciòv di ieri lo ha ampiamente dimostrato. Ad essere sincero non l’ho visto neanche tutto, ma ho battezzato l’intervista a Renzo Piano come un monumento alla noia e le penose esibizioni di Lucio Dalla, di Battiato e dello Zombi Finardi mi han fatto quasi ridere. Terribile poi il rito collettivo di “Amore che vieni, amore che vai” suonata in tutte le radio, mancavano solo il conto alla rovescia, la neve finta e i tappi di sciampagn. Da mettere in galera chi ha pagato il viaggio di Jovanotti a Spoon River, da salvare Piovani, Antonella Ruggiero, e forse anche qualcuno che adesso non ricordo.

D’altronde, meglio non prendersela tanto, questa è l’Italia. Un paese dove i grandi numeri sono in mano ai vecchi e mica solo nella musica. De André era sicuramente uno che stava dalla parte degli ultimi, ma sentirselo continuamente ripetere dai soliti inamovibili soloni della canzone italiana non è  proprio il massimo. E giusto per dirne un’altra, ottima la presenza di Dori Ghezzi ma almeno una citazione per Enrica Rignon (fino al 1974 la signora de André) ci poteva anche stare, o vogliamo fare le cose alla Berlusconi?

Dieci anni per de André, dieci giorni per Valentina Giovagnini, che di diventare grande non ha avuto il tempo e la possibilità. Un incidente stradale all’inizio di quest’anno le ha chiuso le sliding doors che portano al successo, e lei lo meritava al pari di Fabrizio e di tanti altri